Sulla vetta del Rocciamelone


Abbiamo passato diversi giorni a pensare quale sarebbe stato il primo articolo per esordire sul nostro blog ed infine la scelta è ricaduta su questa nostra escursione della lontana estate del 2011; vi chiederete il perché e sarete subito accontentati… è stata la gita delle 1° volte ossia:
– 1° escursione di coppia di media difficoltà
– 1° utilizzo della maggior parte della nostra attrezzatura di montagna, che poi negli anni si è sviluppata e arricchita
– 1° vacanza con la compagnia della nostra Reflex digitale.

 

DIARIO D'ESCURSIONE

Non siamo saliti su una semplice vetta ma su una montagna considerata sacra, simbolo della Valle di Susa e caratterizzata da un passato intriso di storia e leggende.
In antichità era visto come il tetto degli stati sabaudi e, vedendone l’imponenza con la quale si staglia sulla Valle di Susa, si capisce ben presto il perché.
Il Rocciamelone, con i suoi 3.534 metri d’altitudine, costituisce una ascesa mediamente impegnativa ma accessibile a tutti. Dalla sua cima si può ammirare il Monte Rosa, il Monte Bianco, il Gran Paradiso nonché tutta la Valle di Susa e la meravigliosa Torino…. ma iniziamo dal principio.
Partiamo da Susa alle 6.00 di mattina, si prospetta una giornata calda e serena e noi siamo carichi per affrontare questa splendida avventura. Da Susa seguiamo la strada stretta e tortuosa che attraversa le frazioni di Mompantero fino a che, a quota 1.780 m, da asfaltata diventa sterrata e ci porta fino al parcheggio sotto al Rifugio La Riposa (m. 2205). Da qui è già visibile la vetta lontana e il primo pensiero è stato: “Cavoli, dobbiamo arrivare fin lassù, sarà una bella impresa…”.

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Zaini in spalla e via, si sono già fatte le 8.00! Il sentiero, ben segnalato, si inerpica sui pendii erbosi in direzione della cima. E’ un continuo zigzagare tra fantastici prati in fiore e qualche sporadica stella alpina la cui raccolta è di massimo 3 esemplari a persona; naturalmente noi non ce le facciamo mancare e, dopo averle scovate, le raccogliamo e custodiamo con cura (ora sono in bella mostra nella cornice in ricordo di quella fantastica giornata).
Procediamo a passo spedito, superando diversi gruppetti di gente fin troppo rumorosi per i nostri gusti; per chi non lo sapesse, in montagna, per buon senso, è bene procedere in silenzio in previsione dei possibili avvistamenti di marmotte, camosci e stambecchi se si è fortunati.

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In un’ora e mezza circa avvistiamo una strana costruzione che poi scopriamo essere un vecchio ricovero che Bonifacio Rotario d’Asti costruì alla sua prima ascensione nel 1358. Subito segue il Rifugio Ca’ d’Asti (m. 2854), un posto molto ben tenuto e già affollato da numerosi escursionisti in sosta prima dell’ascesa finale. Ci fermiamo anche noi e, guardandoci indietro ammiriamo uno splendido panorama, in parte rovinato da una leggera foschia, che si estende su gran parte della Bassa Val di Susa.
Entriamo due secondi nel rifugio, più per curiosità che per necessità; l’odore dello spezzatino in cottura ben si distingue e ci fa venire un leggero languorino ma la nostra meta è ancora lontana perciò usciamo e ripartiamo immediatamente.

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Partiti dal Ca’ d’Asti ci accorgiamo che la maggior parte delle persone sono fin lì arrivate per non proseguire oltre; probabilmente, dopo una bella mangiata di polenta, si avvieranno lungo il percorso del ritorno. L’ultima ascesa è solo per pochi avventurosi; la fatica per arrivare sin qui già è tanta e, nonostante in teoria ci vogliamo meno di due ore per giungere al Ca’ d’Asti, la gran parte ne impiega anche il doppio rendendo perciò difficoltoso poter proseguire fino alla vetta. Grazie a questa “selezione naturale” proseguiamo con tranquillità senza schiamazzi e rallentamenti.

Dal rifugio il sentiero comincia a salire in modo molto ripido lungo il versante sud del Rocciamelone e si snoda in numerosi tornanti. Arrivati a quota 3.300 m, a “La Crocetta”, inizia la vera salita alla cima. Il tracciato abbandona il versante Sud e si sposta sul versante Est inerpicandosi in maniera decisa lungo il costone; nell’ultimo tratto ci sono corde fisse che aiutano la salita e si cammina quasi a quattro zampe su un sentiero stretto e, ai due lati, strapiombi vertiginosi. Naturalmente una tappa fotografica è qui d’obbligo e, fermandoci, ci accorgiamo che incombono minacciose nuvole che nulla di buono promettono ma fortunatamente la vetta è vicina e non ci facciamo di certo spaventare da un leggero maltempo in arrivo.

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Superate le ultime rocce, quasi arrampicandoci arriviamo al Santuario/Ricovero Santa Maria dove alcuni escursionisti si accampano la notte per poter ammirare il tramonto e l’alba che da quassù saranno senz’altro uno spettacolo; tacitamente ci ripromettiamo che la prossima volta ci organizzeremo anche noi per passare una notte ai 3.500 m.
Saliamo un ultimo pezzo e raggiungiamo finalmente la vetta, dove si erge maestosa una madonna bronzea su grande piedistallo di pietra dove una foto è d’obbligo. C’è inoltre la piastra dove, con i riferimenti cardinali, vengono mostrate tutte le cime visibili. Il panorama che si può ammirare dal Rocciamelone è estesissimo ed abbraccia quasi tutto l’arco alpino occidentale, comprendendo il Monviso, i principali massicci francesi (Ecrins e Vanoise), il lontanissimo gruppo del Monte Bianco con il Dente del Gigante e le Grandes Jorasses in evidenza. Il Grand Combin, il Gran Paradiso e il Monte Rosa sono appena riconoscibili mentre vicino a noi distinguiamo Croce Rossa, Ciamarella, Bessanese, Albaron, Charbonnel e Roncia; ai nostri piedi si adagia il Ghiacciaio del Rocciamelone, che, nel corso degli anni ha subito un drastico ridimensionamento, ma ancora resiste.

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Stefano monta il cavalletto e, in pochi minuti, scatta le foto necessarie per una panoramica a 360° che qui potrete ammirare nella sua interezza. Questa senza dubbio avrà un posto d’onore nel salone di casa.

Rimasti quasi gli ultimi sulla vetta, dopo aver pranzato, a passo spedito ci riavviamo sulla via del ritorno con lo sguardo sempre rivolto verso il costone alla ricerca di qualche forma di vita animale. Ben presto veniamo accontentati: avvistiamo qualche movimento tra le rocce e, con l’ausilio dell’obiettivo della Canon, intravediamo un gruppo di camosci.
Ci fermiamo ad osservarli per qualche minuto e li immortaliamo in alcuni scatti.

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Purtroppo il tempo stringe e siamo appena all’inizio della discesa perciò riprendiamo il cammino anche se avremmo voluto stare ore ad osservarli zompettare da una roccia all’altra con estrema facilità; quasi li invidiamo…

In poco meno di due ore torniamo all’auto, un poco dispiaciuti che l’avventura sia già terminata (anche se già non è il termine più appropriato visto che ormai sono le 18.00 passate), ma soddisfatti di aver raggiunto questo obiettivo a 3.538 m slm, percorrendo 1.510 metri di dislivello in appena sei ore totali di cammino.
Una escursione assolutamente da ripetere non appena ne avremo l’occasione, ma con una piccola variazione: la notte la trascorreremo al Bivacco Santa Maria per fotografare il tramonto, la notte stellata e l’alba sul tetto della Valle di Susa.

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